Palazzo Petrucci

Palazzo Petrucci

Palazzo Petrucci è sito nel quartiere di Santa Cristina e connota, con la sua unicità, quel tratto di strada, nel quartiere che nel Settecento divenne il luogo più elegante ed esclusivo della città. La sua elegante facciata, riconoscibile per le statue poste a fastigio dei portali, è caratterizzata da una rigorosa divisione orizzontale in marcapiani in pietra e cornicione aggettante con oculi; le finestre hanno contorni in pietra arenaria di linea rigorosa, riscontrata anche in altri edifici del primo Settecento; i due portali rettangolari ad arco inscritto, che appartengono ad un modello piuttosto diffuso nell’edilizia cittadina del rinnovamento sei-settecentesco, appaiono nobilitati dalle belle statue in marmo rappresentanti le stagioni in pose vagamente michelangiolesche; verticalmente la facciata è racchiusa da pietre angolari che ne delimitano lo spazio come in una quadratura. 

La costruzione è distribuita su tre piani a sfalsamento differenziato, il corpo è rettangolare irregolare a due sistemi, composti da ingresso, androne, cortile porticato, vani scale fra loro adiacenti e paralleli all’asse stradale che immettono al piano nobile. L’impianto è derivato da due corti schiera accorpate, alle quali appartengono ancora i muri di spina del palazzo, la cui costruzione è giocata appunto su di una doppia spazialità che lascia intatte le due unità, collegandole soltanto attraverso il gioco delle rampe dei due scaloni. Nella pianta si legge il tentativo di creare due cannocchiali prospettici strada-fiume dai due ingressi alla terrazza secondo la sequenza strada-edificato-corte-edificato-fiume, che si ripete in tutto il tessuto cittadino. I due corpi di fabbrica, risalenti ad epoche diverse e accorpati durante la ristrutturazione settecentesca, mostrano nei cortili elementi degli originali impianti: il blocco a nord, risalente al XVI secolo, presenta robusti pilastri ottagonali mentre la corte del corpo seicentesco è caratterizzata da snelle colonne rastremate.  

Secondo gli storici più accreditati la famiglia, originaria di Siena (ramo collaterale dei conti Petrucci, dominanti in Siena fra Quattro e Cinquecento), si era trasferita a Pontremoli agli inizi del XVII secolo. Secondo ricerche più recenti, sarebbe stata, invece, una famiglia di origini pontremolesi, arricchitasi nel campo della ristorazione perché comparirebbe negli Estimi del secolo XV come “Familia Hosti seu Petruty”. Il palazzo è, probabilmente, costruito tra gli anni Venti e Trenta del XVIII secolo, perché sappiamo con certezza che i figli di Fabio, Giacinto (1700) e Leonardo (1705), sono nati ancora in San Geminiano. La Dimora, all’epoca, doveva già essere sfarzosa: al piano nobile nove sale dipinte, due alcove e un bellissimo loggiato sul fiume Verde poi tamponato. I due cortili, l’uno lasciato intatto, l’altro obliterato su di un lato, presentano due magnifiche scale, che si raccordano al piano superiore tramite una porta lignea intagliata come un merletto, hanno balaustre marmoree, con i balaustrini disposti in prospettiva, molto simili a quella dello scalone principale di palazzo Damiani. 

Nel 1728 Francesco Natali, architetto e pittore cremonese, realizza il raccordo della facciata, il nuovo impianto del palazzo con i due corpi scala e i bozzetti degli affreschi del piano nobile; il ricco ciclo pittorico di palazzo Petrucci verrà completato nel 1733 grazie anche al prezioso contributo del figlio Giovanni Battista, artista molto apprezzato nelle corti italiane del Settecento. Nei saloni del piano nobile Francesco Natali dipinge i soffitti di cinque sale con ardite soluzioni prospettiche che raddoppiano la profondità di campo e la già considerevole altezza delle stanze. Giovanni Battista lavorerà alla decorazione della nicchia dell’alcova, in un paio di saloni dell’appartamento sul fiume e probabilmente nella facciata. Le due mani si fondono e si confondono a palazzo Petrucci, come si fondono e si confondono i due scaloni e i due cortili in uno spazio unico, tanto che chi sale da un lato, quasi non si accorge di discendere, poi dall’altro. È un gioco illusorio, strutturale, questa volta vero, fisico, del tutto uguale però, nella concezione, a quello visivo, immaginario, della scala dipinta di Palazzo Dosi. Il dilemma sulla paternità delle opere a fresco è complicato da un’affermazione del nipote Antonio Contestabili che rivendica la decorazione di alcuni appartamenti del piano nobile. 

(tratto da “Dimore pontremolesi” di Isa Trivelloni Manganelli, 2001 ed integrato grazie al contributo di Elena Giusti)

indietro