Palazzo Ruschi Pavesi

Palazzo Ruschi Pavesi

Palazzo Pavesi Ruschi è una grande dimora a tre facciate, “con veduta da tre angoli”, due delle quali sulla piazza principale, una sul tracciato di transito. L’edificio è organizzato su tre piani così suddivisi: piano terra, primo piano o piano nobile, secondo piano. Sono anche stati rilevati i sotterranei e, nella parte a Sud, si sono trovate tracce di un ambito precedente, con due colonne interamente visibili con capitelli attribuibili all’XI-XII secolo. […] L’edificio è strutturato su due cortili porticati e due androni con accessi, rispettivamente dalla piazza e dalla strada. Il cortile su strada, porticato su un solo lato, dà accesso a uno scalone in pietra di forme rigide che si snoda intorno al corpo centrale; da esso si accede a un grande salone di rappresentanza su strada, con salottini e alcove all’intorno. Il cortile su piazza è porticato su due lati e dà accesso alla magnifica scala in pietra e ferro battuto che si snoda intorno al perno di una colonna ed è alloggiata in una torre panoramica che arriva a sopraelevarsi sulle coperture; da qui si accede alla galleria dipinta da Giovan Battista Natali, a vari salotti ed a un’altra alcova; stanze di passo e di servizio uniscono le due ali del palazzo.

La storia del palazzo inizia nel 1688, allorché Geronimo di Lorenzo Pavesi acquistò il palazzo dei conti Belmesseri sito nella “Piazza di sotto” di Pontremoli. […] La volontà della Famiglia Pavesi di ingrandire la dimora e farne il Palazzo Pavesi è chiara fin dagli ultimi anni del secolo XVII, sia per l’acquisto delle adiacenti Case Campi, avvenuto pochi anni più tardi, sia per l’intenzione di eliminare delle pertinenze dell’edificio tutto ciò che non avesse a che fare con la veste di palazzo signorile. […] La vicenda della ristrutturazione fu documentata con solerzia e puntigliosa cura e si può collocare fra gli anni 1734/1743 ad opera dei fratelli Giuseppe, Francesco e Paolo arcidiacono, figli di Lorenzo Pavesi. […] Il documento più importante è quello datato 1734, in cui si legge la volontà di unificare i vari corpi acquisiti e dare a tutto il fabbricato un’unica linea architettonica, dimostrando chiaramente di voler seguire un progetto ideato da “Maestri Architetti”. Costoro, lasciati anonimi nel documento, si possono ravvisare in Francesco Natali e nel figlio Giovan Battista. […] Accorpato, progettato, disegnato e definito in un unico insieme strutturale, rappresentato visivamente in unico stile, il Palazzo ormai è terminato o, comunque, a buon punto se, nel 1738, i fratelli si dividono la proprietà, divisione che verrà, però, ufficialmente sancita con un documento del 1755, dopo che l’Arcidiacono Paolo, morendo, avrà lasciato in parti uguali ai due fratelli la sua porzione di casa al pianterreno. 

Il Palazzo è interamente affrescato da Giovan Battista Natali e dai suoi aiuti, compreso il nipote Antonio Contestabili. La galleria è dipinta come un cortile colonnato, in quanto l’Architetto, vincolato dalle preesistenze, non può realizzare nel palazzo un’adeguata galleria, luminosa e dotata di finestroni in affaccio sul cortile. Per questo dipinge il salone più grande, che funge da disimpegno per le altre sale al piano nobile (e che viene chiamato La Galleria), con grandi comparti colonnati che si aprono su visioni di paesaggi. […] Nell’alcova sul fiume si ripresentano i temi consueti, vasi di fiori e ghirlande, ma compare sull’arcone sovrastante la testiera dipinta la costruzione di un edificio a esedra. Nell’altro salone, forse la prima volta, il Natali usufruisce della collaborazione del nipote Antonio Contestabili; la volta, seppur strutturata e impostata su solidi pilastri, fra archi, finestre e vezzose loggette, appare più piatta, sensazioni dovute, forse, alla rigorosa bicromia del “ton sur ton”. […] L’alcova di questa ala del palazzo ha il soffitto dell’anticamera in grigio e oro, costruito con membrature tese e nervose che richiamano i momenti migliori di Giovan Battista Natali e del padre. Dall’alcova si accede ad un piccolo salotto e, di qui, al salone su strada, grandioso, dipinto solo sulla volta e, probabilmente, un tempo parato di damaschi. L’appartamento a terreno è un capolavoro di sobrietà; non ci sono livelli di quadratura nel soffitto che, tuttavia, presenta volute e vasi di fiori.

(tratto da “Dimore pontremolesi” di Isa Trivelloni Manganelli, 2001)

fotografie: arch. Elia Santini

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